C’era una volta il Mar d’Aral

Mi ricordo quando esploravo il mondo col solo bagaglio della fantasia, come mezzo di trasporto il mio indice ficcato in mezzo ad una cartina geografica.

Ero un bambino, allora la geografia era ancora materia di studio importante, non come ora che per paradosso, in un epoca di globalizzazione, si toglie dai programmi scolastici.

C’erano luoghi magici che invitavano a sognare nelle seducenti foto dell’Atlante illustrato, come quelle un po’ sbiadite che facevano le prime macchine Ferrania di plastica nera.

L’Islanda, l’Alaska, la Mongolia, la Nuova Zelanda, viaggi continui attraverso le cartine politiche e fisiche, era possibile oltrepassare a piacere confini dai colori pastello, scalare montagne, risalire fiumi, traversare oceani.

Un luogo tra questi, anch’esso affascinante era il lago d’Aral. Cosa ci faceva un mare piantato nel mezzo all’Asia Centrale? Era stato forse dimenticato da una qualche marea preistorica? Per la sua estensione immensa e per la sua acqua salata veniva chiamato mare. In origine era ampio 68.000 Kmq pari all’intera Irlanda.

L’Aral sea è stato vittima di uno dei più gravi disastri ambientali della storia dell’umanità, perpetrato in nome dello sviluppo. I pianificatori sovietici decretarono la sua fine a tavolino, i due fiumi che lo alimentavano, Sry-Darya e Amu-Darya, furono deviati per creare dei campi di cotone. A distanza di qualche decennio la sua superficie si è ridotta del 90%, la linea di costa è arretrata in alcuni punti anche di 150 km lasciando al posto dell’acqua solo sabbia e sale.

Il vento che spira costantemente verso est/sud-est trasporta la sabbia salata e tossica per i pesticidi, facendo diventare l’area inabitabile, le malattie respiratorie e renali hanno ora un’incidenza altissima sulla popolazione locale.

Moynaq è il monumento di questa tragedia, nella città vi sono ancora i segni dell’epoca passata quando fioriva il commercio ittico. Poco fuori una arrugginita flottiglia di pescherecci giace adagiata sulla sabbia.

Questi scenari apocalittici attirano la curiosità dei turisti un mercato che avrà nel suo catalogo un’ampia offerta di viaggi intorno al mondo.

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2 pensieri su “C’era una volta il Mar d’Aral

  1. Mi hai fatto ricordare che anche per me, quando ero piccola, c’erano luoghi assai misteriosi, e il lago d’Aral era uno di questi. Sono andata a vederlo su Google Maps: la mappa lo presenta ancora, la foto satellitare lo sostituisce con una brutta cicatrice.
    Cito da Wikipedia:
    “Voropaev durante una conferenza sui lavori dichiarò, a chi osservava che le conseguenze per il lago sarebbero state nefaste, che il suo scopo era proprio quello di “far morire serenamente il lago d’Aral”. Era infatti così abbondante la necessità di acqua che i pianificatori arrivarono a dichiarare che l’enorme lago era ritenuto uno spreco di risorse idriche utili all’agricoltura e, testualmente, “un errore della natura” che andava corretto. I pianificatori ritenevano che il lago, una volta ridotto ad una grande palude acquitrinosa sarebbe stato facilmente utilizzabile per la coltivazione del riso.”
    Esterrefacente è, sempre su Wikipedia, la lista dei “rimedi” studiati per ovviare al problema.
    La demenza umana non finirà mai di stupirci.

  2. Non ci sono commenti abbastanza adatti a stigmatizzare il comportamento della gran parte dell’Umanità nei confronti dell’unico Ambiente a sua disposizione per continuare ad esistere… Si tratta, né più né meno, di un suicidio che comincio a credere “fisiologico”, insito nella natura stessa dell’Homo Sapiens Sapiens che, giunto al suo limite esistenziale estremo, deve prepararsi ad azzerare se stesso, dopo aver fatto la stessa cosa con la Terra di cui fa totalmente parte. Forse la scomparsa dei dinosauri ad altro non è stata dovuta se non allo stesso meccanismo temporale. Si deve morire e, a quanto pare, si deve SCOMPARIRE! C’era una canzone di Nicola Arigliano, credo, che diceva: “É solo questione di tempo…” Se vogliamo considerare il tempo per quello che è, una condizione aleatoria dell’esistenza, allora si risolve ogni problema: tutto ha un inizio e una fine. Quando il sole diventerà una “gigante rossa”, non ci sarà nessuno a piangere per il “Mar d’Aral”; e nemmeno per la foresta equatoriale o per la Gioconda, la volta della Cappella Sistina… É solo questione di tempo. Almeno a noi rimane la “soddisfazione” di poter piangere! L’Umanità, si sa, è abituata a PRECORRERE i tempi; è nel suo DNA…

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