Alleluia alla Terra

Nel mio sogno la Terra aveva i giorni contati, entro pochi mesi non sarebbe stata più abitabile e si rendeva necessario un trasferimento di massa su Giove. Aspettavo con la mia famiglia di essere chiamato, rassegnato e ubbidiente alle disposizioni del piano di evacuazione. Cercavo di immaginarmi la stazione asettica che ci avrebbe ospitato per il resto della vita, impossibilitati a muoverci oltre i confini della sfera di cristallo posta a protezione del vuoto cosmico.
Pensavo a Firenze deserta, con i suoi monumenti destinati a diventare rovine e le sue opere d’arte coperte di polvere, alle colline toscane modellate da secoli di lavoro umano lasciate in stato di abbandono. Il mondo negava per sempre le sue bellezze alla nostra voglia di conoscere.
Tutto questo era avvenuto per la cecità dell’uomo e per l’incapacità a pianificare un futuro per l’umanità in accordo con quanto il pianeta poteva offrirci.
Non mi abbandonava il sospetto che solo alcuni popoli erano stati salvati, altri abbandonati perché valutati economicamente non degni di considerazione.
Tutto questo è solo un sogno, tuttavia svegliandomi in questa mattina di Pasqua, vorrei levare un “Alleluia” alle meraviglie che ci offre Madre Terra,  lo faccio mixando in un breve video la sublime musica di Antonio Vivaldi e le immagini della BBC.

Non è un’invocazione al divino sono sempre stato refrattario e scettico verso entità superiori, mi basta seguitare a stupirmi di fronte alle meraviglie del mondo più concrete e seducenti. Il destino è nelle nostre mani, una “resurrezione” dell’umanità è ancora possibile o semplicemente vale solo la pena di crederci.

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Immagini: Trial della BBC “Earth planet”  (parti selezionate) http://www.bbc.co.uk/programmes/b006mywy

Musica: A. Vivaldi Alleluia estratto dal mottetto “In furore iustissimae irae” RV626, per soprano,due violini, viola e basso; Sandrine Piau : soprano, Stefano Montanari : violino, Accadamia Bizantina, direttore: Ottavio Dantone  http://www.youtube.com/watch?v=_-ewPT9KIZ8

Montaggio: Ecodada

 

Creature abissali

Creature abissali

L’idea

Il capitano Nemo

Non ricordo il giorno, ma era il 1992 quando mi capitò sottomano una rivista naturalistica dove si documentava la vita di creature abissali, pesci, crostacei e molluschi che vivono ad una profondità tale da impedire alla luce solare di arrivare. L’articolo, pubblicato forse su “Airone” o “Natura oggi”, era accompagnato da diverse fotografie molto suggestive che colpivano la fantasia. Le forme bizzarre di questi strani animali si stagliavano sul nero assoluto delle profondità marine. Per adattarsi alla grande pressione esercitata dall’acqua l’evoluzione ha modellato queste creature rendendole mostruose e come se non bastasse sono dotate di grottesche luci che servono per vivere nell’oscurità, per catturare prede, spaventare gli avversari o attirare i propri simili.

Per disegnarli  decisi di usare dei pastelli ad olio che ho sempre conservato tra i miei strumenti e che in questo caso erano perfetti per il loro cromatismo molto attraente e lo spessore materico che offrono nella stesura. Come supporto pensai a dei cartoncini neri di quelli che si usano nella scuola media per collage e disegno.

I disegni

Realizzai piuttosto rapidamente cinque disegni di “pesci abissali” . Nella slide show ho aggiunto altri due disegni a tecnica mista dal titolo “incontri”, dove esseri diversi e irragionevolmente presenti nella stessa dimensione si contendono lo spazio vitale. Alcuni di questi pesci mi sono stati ispirati da illustrazioni tratte da testi di zoologia.

La metafora

Mi piace immaginarmi come  un capitano Nemo davanti ad un oblò che si affaccia su un mondo freddo e sconosciuto. La profondità del mare in fondo è come il nostro inconscio, in questi luoghi remoti si possono fare spiacevoli incontri, qui si agitano creature minacciose, appaiono e scompaiono come anime tormentate e fameliche, come se le portassimo nascoste dentro di noi nel profondo della coscienza.
La questione si pone in termini di crudele lotta per la sopravvivenza ed il filmato trovato in rete rende bene l’idea. Balletti e giochi di luce nascondono spesso la morte, quasi a metafora delle tante maschere che ci mettiamo per difenderci dagli attacchi esterni e alle altrettante strategie illusionistiche finalizzate ad annientare il prossimo.

Cinque “pesci abissali” pastelli ad olio su cartoncino nero e due “incontri” con tecniche miste. Brunetti Giancarlo (1992)

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Islanda impressioni di viaggio

Islanda impressioni di viaggio da fissare nel ricordo. 

Acqua, aria, terra, fuoco, qualcuno si è divertito a mescolarli in questa magica terra.

Tutte le combinazioni sono ammesse, dalle sterminate colate laviche alle evanescenti cascate, dai fanghi in ebollizione alle immense distese di ghiaccio; tutti i contrasti possibili: cieli azzurri contro assopiti vulcani, apocalittiche tempeste di cenere a lambire verdi pascoli strappati all’avido clima artico.

Qui io non mi sento in armonia con la natura, ma ospite fragile e provvisorio, a volte indesiderato e inopportuno, il viaggio inizia quando metti piede su quest’isola, ma prosegue dentro di te nell’improvvisa consapevolezza di essere presente all’origine della terra, sbalzati in un tempo primigenio dove continenti in movimento, tra sismi ed eruzioni, lasciano il segno del loro passaggio nelle rughe rocciose di Thingvellir o  Álfagjá o altrove.

Così, se un giorno ci andrai, sentirai il respiro della terra, il flusso vitale ai primordi della vita, li sentirai proprio sotto i tuoi piedi, bollenti e gelidi, sorprendentemente colorati da mille pigmenti minerali o annientati dal nero antracite dei costoni vulcanici, su di loro la luce rimane imprigionata rendendoli imperscrutabili e minacciosi.

Scopro l’esistenza di uno spazio vitale

che non pensavo possibile, crudelmente ostile durante la notte polare, ma d’estate, sotto un sole refrattario al tramonto, sconfinato e di una bellezza mistica.

Il confine tra idillio e apocalisse è lieve, se vuoi avvicinarti fallo con cautela per mano ad un islandese, ti aspetterà alle porte dell’inferno pronto, se necessario,  ad abbandonare velocemente un paesaggio da catastrofe, saprà guadare per il verso giusto un tumultuoso fiume o aprire un varco nella laguna glaciale di Jokulsarlon per portarti vicino ad una miriade di instabili iceberg in un’oziosa e collettiva attesa prima di prendere il largo e scomparire nell’oceano.

Qui, nell’estrema rarefazione umana posso finalmente abbandonarmi a paesaggi solitari e sublimi, un’altra dimensione del vivere, un tempo non più scandito dalle ore ma dai cicli geologici.

Acqua, aria, terra, fuoco, l’Islanda è dentro di me, la sogno ancora, forse ci tornerò.

(Guarda il video che ho realizzato sul viaggio, http://www.youtube.com/watch?v=v6sJZOnHKHo)

Un link utile: http://www.islandaoggi.com/
Reykjavik Excursions: http://www.re.is/

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C’era una volta il Mar d’Aral

Mi ricordo quando esploravo il mondo col solo bagaglio della fantasia, come mezzo di trasporto il mio indice ficcato in mezzo ad una cartina geografica.

Ero un bambino, allora la geografia era ancora materia di studio importante, non come ora che per paradosso, in un epoca di globalizzazione, si toglie dai programmi scolastici.

C’erano luoghi magici che invitavano a sognare nelle seducenti foto dell’Atlante illustrato, come quelle un po’ sbiadite che facevano le prime macchine Ferrania di plastica nera.

L’Islanda, l’Alaska, la Mongolia, la Nuova Zelanda, viaggi continui attraverso le cartine politiche e fisiche, era possibile oltrepassare a piacere confini dai colori pastello, scalare montagne, risalire fiumi, traversare oceani.

Un luogo tra questi, anch’esso affascinante era il lago d’Aral. Cosa ci faceva un mare piantato nel mezzo all’Asia Centrale? Era stato forse dimenticato da una qualche marea preistorica? Per la sua estensione immensa e per la sua acqua salata veniva chiamato mare. In origine era ampio 68.000 Kmq pari all’intera Irlanda.

L’Aral sea è stato vittima di uno dei più gravi disastri ambientali della storia dell’umanità, perpetrato in nome dello sviluppo. I pianificatori sovietici decretarono la sua fine a tavolino, i due fiumi che lo alimentavano, Sry-Darya e Amu-Darya, furono deviati per creare dei campi di cotone. A distanza di qualche decennio la sua superficie si è ridotta del 90%, la linea di costa è arretrata in alcuni punti anche di 150 km lasciando al posto dell’acqua solo sabbia e sale.

Il vento che spira costantemente verso est/sud-est trasporta la sabbia salata e tossica per i pesticidi, facendo diventare l’area inabitabile, le malattie respiratorie e renali hanno ora un’incidenza altissima sulla popolazione locale.

Moynaq è il monumento di questa tragedia, nella città vi sono ancora i segni dell’epoca passata quando fioriva il commercio ittico. Poco fuori una arrugginita flottiglia di pescherecci giace adagiata sulla sabbia.

Questi scenari apocalittici attirano la curiosità dei turisti un mercato che avrà nel suo catalogo un’ampia offerta di viaggi intorno al mondo.

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